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Drappo rosso

Oggi l'intero mondo libero si tinge di rosso, in segno di vicinanza e di solidarietà con il popolo birmano.
Da diversi giorni ormai, la Birmania, capeggiata dai pacifici monaci buddisti, ha coraggiosamente deciso di scendere in piazza, per manifestare contro l'oppressione esercitata da un brutale regime militare che ha ridotto il Paese in miseria. I cittadini birmani hanno attraversato le strade delle loro città per gridare ai propri governanti tutta l'insofferenza, la prostrazione, la disperazione accumulata in questi anni di feroce e iniqua dittatura. I bonzi si sono caricati sulle spalle la drammatica situazione dei loro concittadini e hanno scelto di far sentire il grido straziato di un popolo ridotto alla fame e al silenzio, pagando questa scelta anche con la morte.
I militari hanno infatti risposto seguendo la tragica abitudine delle tirannie di sparare sulla folla inerme. Se fonti governative ammettono dieci vittime in tutto, fonti non ufficiali parlano di decine e decine di cadaveri, che i soldati si sono affrettati a rimuovere dall'asfalto bagnato di sangue. Fra questi vi è anche il cadavere di un fotografo giapponese, assassinato perché intento a ritrarre le immagini della violenta repressione messa in atto dal regime. Assassinato perché simbolo ed espressione delle libertà di stampa. Assassinato perché mosso dal desiderio di  far conoscere  la drammatica condizione del popolo birmano e la spietatezza di chi lo governa al resto del mondo.
Di fronte a queste vite sacrificate in nome dei diritti e delle libertà fondamentali dell'essere umano, la comunità internazionale dovrebbe agire prontamente e fermamente, non solamente attraverso affermazioni di sdegno e di solidarietà, ma con provvedimenti concreti e incisivi, per mettere in chiara evidenza che nel 2007 nessun governo, per quanto dispotico e isolato, può permettersi di violare i diritti umani dei propri cittadini sotto gli occhi del mondo.
Come troppo spesso accade, alle affermazioni non hanno fatto seguito i provvedimenti concreti.
Le Nazioni Unite si sono dimostrate una volta di più incapaci di agire, impossibilitate finanche a decidere sulle azioni da intraprendere. Il veto posto nel Consiglio di Sicurezza dai membri permanenti Cina e Russia ha impedito l'applicazione di più gravi sanzioni economiche e politiche al regime di Yangon. Gli interessi economici e strategici di questi due Paesi hanno prevalso sulle ragioni umanitarie e sugli stessi principi riportati nella Carta delle Nazioni Unite e nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. La Russia e la Cina soprattutto non sono Stati democratici, non rispettano la libertà di stampa e, più in generale, combattono quotidianamente la libertà di espressione del pensiero in tutte le sue forme. Fino a quando verrà permesso a governi autoritari della peggior risma di sedere ai vertici del potere politico internazionale, oltreché di quello economico e militare, difficilmente il multilateralismo riuscirà ad autolegittimarsi per prevalere sui vari unilateralismi, tanto inefficaci quanto dannosi.
Una riforma delle Organizzazioni Internazionali, Nazioni Unite in testa, in senso democratico è, dunque, urgente e ineluttabile; ancora più urgente è, in questo momento, mettere fine alle violenze della giunta militare contro il popolo birmano. Data la vergognosa latitanza dei governi delle grandi potenze, sta all'opinione pubblica transnazionale cercare, quantomeno, di mantere alto l'interesse e lo sdegno del mondo sul tragico evolversi della situazione in Birmania. Ognugno di noi è parte di quell'opinione pubblica, ognugno con il proprio drappo rosso.

Pubblicato il 28/9/2007 alle 15.14 nella rubrica un po' di politica internazionale.

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