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Mietzsche


un po' di politica internazionale


28 settembre 2007

Drappo rosso

Oggi l'intero mondo libero si tinge di rosso, in segno di vicinanza e di solidarietà con il popolo birmano.
Da diversi giorni ormai, la Birmania, capeggiata dai pacifici monaci buddisti, ha coraggiosamente deciso di scendere in piazza, per manifestare contro l'oppressione esercitata da un brutale regime militare che ha ridotto il Paese in miseria. I cittadini birmani hanno attraversato le strade delle loro città per gridare ai propri governanti tutta l'insofferenza, la prostrazione, la disperazione accumulata in questi anni di feroce e iniqua dittatura. I bonzi si sono caricati sulle spalle la drammatica situazione dei loro concittadini e hanno scelto di far sentire il grido straziato di un popolo ridotto alla fame e al silenzio, pagando questa scelta anche con la morte.
I militari hanno infatti risposto seguendo la tragica abitudine delle tirannie di sparare sulla folla inerme. Se fonti governative ammettono dieci vittime in tutto, fonti non ufficiali parlano di decine e decine di cadaveri, che i soldati si sono affrettati a rimuovere dall'asfalto bagnato di sangue. Fra questi vi è anche il cadavere di un fotografo giapponese, assassinato perché intento a ritrarre le immagini della violenta repressione messa in atto dal regime. Assassinato perché simbolo ed espressione delle libertà di stampa. Assassinato perché mosso dal desiderio di  far conoscere  la drammatica condizione del popolo birmano e la spietatezza di chi lo governa al resto del mondo.
Di fronte a queste vite sacrificate in nome dei diritti e delle libertà fondamentali dell'essere umano, la comunità internazionale dovrebbe agire prontamente e fermamente, non solamente attraverso affermazioni di sdegno e di solidarietà, ma con provvedimenti concreti e incisivi, per mettere in chiara evidenza che nel 2007 nessun governo, per quanto dispotico e isolato, può permettersi di violare i diritti umani dei propri cittadini sotto gli occhi del mondo.
Come troppo spesso accade, alle affermazioni non hanno fatto seguito i provvedimenti concreti.
Le Nazioni Unite si sono dimostrate una volta di più incapaci di agire, impossibilitate finanche a decidere sulle azioni da intraprendere. Il veto posto nel Consiglio di Sicurezza dai membri permanenti Cina e Russia ha impedito l'applicazione di più gravi sanzioni economiche e politiche al regime di Yangon. Gli interessi economici e strategici di questi due Paesi hanno prevalso sulle ragioni umanitarie e sugli stessi principi riportati nella Carta delle Nazioni Unite e nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. La Russia e la Cina soprattutto non sono Stati democratici, non rispettano la libertà di stampa e, più in generale, combattono quotidianamente la libertà di espressione del pensiero in tutte le sue forme. Fino a quando verrà permesso a governi autoritari della peggior risma di sedere ai vertici del potere politico internazionale, oltreché di quello economico e militare, difficilmente il multilateralismo riuscirà ad autolegittimarsi per prevalere sui vari unilateralismi, tanto inefficaci quanto dannosi.
Una riforma delle Organizzazioni Internazionali, Nazioni Unite in testa, in senso democratico è, dunque, urgente e ineluttabile; ancora più urgente è, in questo momento, mettere fine alle violenze della giunta militare contro il popolo birmano. Data la vergognosa latitanza dei governi delle grandi potenze, sta all'opinione pubblica transnazionale cercare, quantomeno, di mantere alto l'interesse e lo sdegno del mondo sul tragico evolversi della situazione in Birmania. Ognugno di noi è parte di quell'opinione pubblica, ognugno con il proprio drappo rosso.




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15 giugno 2006

Sarebbe stato un Presidente migliore

No American leader can remain silent on Iraq.
The outcome of what is now a civil war in Iraq cannot be determined by American military force. It has to be solved by Iraqis brought together to hammer out their differences. Period. It is time for Iraqis to stand up for Iraq.
Our soldiers are fighting and dying in the third war in Iraq -- not the war for mythical weapons of mass destruction or the war President Bush said had to be fought against armies of foreign jihadists, but an escalating civil war between Sunni and Shia.
Meanwhile, dissent and debate are being stifled here at home. It's time to act -- and this week, perhaps as early as tomorrow, every U.S. Senator will have that chance.
The Senate will vote on my amendment which calls for the withdrawal of American combat troops from Iraq by the end of this year. For months, you and I have been pressing for this step. We've made it clear that we needed to set deadlines in Iraq -- and with the formation of an Iraqi unity government and the killing of Al-Zarqawi, this is a moment of truth in Iraq.
Now a critical vote is at hand. Our brave soldiers have done their work. It's time to put the future of Iraq in the hands of the Iraqi people.
I don't know how many Senators will stand with me on this vote. But, I do know this: pushing the Iraqi government to coordinate with us on withdrawal of U.S. combat troops and pressing for the convening of a Dayton-like summit to reach a comprehensive political agreement for Iraq is the right thing to do. And we can't stop working for that outcome until we make it a reality.
Every Senator that chooses to stand with us will add momentum to our call for an end to the misguided and self-defeating policies of the Bush administration.
Changing America's course in Iraq is one of the toughest political challenges you and I have ever taken on. But, we won't relent until we get the job done -- and we have to make the most of every opportunity to make ourselves heard.
I will be making myself heard on the floor of the United States Senate -- loudly and clearly. You can make our call for a dramatic change in direction even louder and clearer.

John Kerry




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18 maggio 2006

Nuovo ministro, nuova strategia

"Il centrosinistra ha preso l'impegno di accelerare una conversione della missione in Iraq nel senso di una missione, che con il ritiro delle truppe, della presenza militare, si sposti su un impegno civile, di aiuto alla ricostruzione". Queste sono le condivisibili parole del nuovo ministro degli Affari Esteri. La strategia d'intervento dell'Italia nella drammatica realtà irachena subirà una profonda necessaria modifica, ma certo l'aiuto alla popolazione e alle fragili istituzioni del nuovo Iraq non verrà meno. Benvenuto ministro D'Alema e buon lavoro.




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28 aprile 2006

Una strategia obsoleta

Dopo il cordoglio espresso su Mietzsche col silenzio, oggi è il tempo delle valutazioni.
Ogni giorno, in Iraq, scorre il sangue, drammatico prodotto di un dopoguerra che la coalizione dei volenterosi non è riuscita a gestire adeguatamente, un dopoguerra che oscilla pericolosamente sul baratro della guerra civile. A parte gli errori iniziali che hanno condotto a una guerra illegale scatenata unliateralmente al di fuori del Diritto Internazionale e basata oltretutto su prove e motivazioni rivelatesi del tutto false, ciò che deve adesso essere giudicato con severità è il tragico presente iracheno. Le truppe angloamericane non sono riuscite ad attuare un controllo del territorio e della popolazione sufficientemente penetrante, una manchevolezza di questo genere si paga a un prezzo elevatissimo in una realtà complessa come quella irachena. Intere zone del Paese sono sostanzialmente fuori controllo e ogni città, purtroppo anche Nassiriya, subisce l'offensiva dei terroristi ribelli. L'invasione, una volta decisa, doveva essere massiccia anche a livello quantitativo oltre che qualitativo, l'idea della "guerra leggera" propugnata da Rumsfeld si è rivelata fallimentare e molti generali dell'esercito americano lo hanno messo in evidenza in più di una circostanza. Un'altra colpa clamorosa degli angloamericani è stata quella di aver sciolto l'esercito iracheno composto da 400.000 unità che da un giorno all'altro si sono ritrovate senza un proprio stipendio ma con un'arma propria.
Per quanto riguarda il teorema dell'esportazione della democrazia enunciato dai cosiddetti neoconservatori, i risultati conseguiti in tale direzione non sono certamente confortanti. Gli iracheni sono diventanti elettori, è vero, ma certamente non cittadini. Il sistema instaurato nel nuovo Iraq ha il grande merito di aver dato rappresentanza a gruppi etnici precedentamente discriminati e oppressi dal regime di Saddam Hussein, ma non può definirsi un sistema democratico. In una democrazia la sovranità deve appartenere al popolo, mentre in Iraq sono le grandi famiglie, facenti parte dei principali gruppi etnici nonché socioeconomici, a spartirsi il potere con un meccanismo di concessioni reciproche, a livello territoriale, economico e politico, il quale ha davvero poco a che fare con la pur complessa dialettica democratica tra i partiti politici. L'elezione dell'Assemblea nazionale ha semplicemente riprodotto la proporzione delle vari etnie irachene, che devono trovare un delicato equilibrio tra la nuova maggioranza sciita, giustamente e finalmente riconosciuta, e la minoranza sunnita incapace di accettare la perdita di tutti i sui storici privilegi, i curdi da parte loro sono quasi indipendenti dall'autorità centrale, sempre che ne esista una. Si può forse parlare di giustizia etnica, ma in nessun modo di democrazia, perché gli iracheni non hanno alcuna vera rappresentatività in un vertice sottoposto a un unico controllo, quello statunitense. La democrazia è una conquista che deve essere assecondata e agevolata, non una struttura che può essere imposta.
La guerra in Iraq, con le sue decine di migliaia di morti, è stata, dunque, un errore madornale.
Le truppe italiane devono essere ritirate dal territorio iracheno e l’impegno del nostro Paese deve concentrarsi nella ricostruzione dell’Iraq con consistenti interventi di Cooperazione allo Sviluppo nei settori di institution building, crescita economica/finanziaria, servizi sociali (sanità, istruzione), energia e infrastrutture, agricultura e sviluppo rurale. La sicurezza deve essere demandata alla polizia e all’esercito iracheni, della cui formazione potrà continuare a occuparsi anche l’Italia, dato che i militari italiani non sono nelle condizioni di operare come forze dell’ordine e non sono chiamati dalle loro direttive a intraprendere azioni offensive, ma solamente difensive.
Se in una prima fase post bellica l'Italia poteva legittimamente (risoluzione ONU) provare a dare il proprio apporto alla ricostruzione dell'Iraq, nella situazione attuale purtroppo l'evidenza dei fatti dimostra che il ruolo dei nostri soldati non ha più l'utilità e gli obiettivi iniziali. I tragici avvenimenti di ieri sono la conseguenza della presenza delle truppe italiane in un contesto semi anarchico, sempre più simile a una guerra civile.

L'Iraq non può e non deve essere lasciato a sé stesso, ma la strategia di aiuto nei suoi confronti da parte della comunità internazionale deve subire un cambiamento radicale.




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25 giugno 2005

Povertà contro libertà

E’ difficile per noi occidentali accettare o anche solamente comprendere la vittoria alle presidenziali iraniane dell’ultraconservatore Mahmoud Ahmadinejad, ex ufficiale dei Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran).
Una bassa affluenza, certo. Molti giovani hanno disertato le urne in segno di protesta, per boicottare il regime degli ayatollah, oppure semplicemente perché non hanno voluto riporre la loro fiducia in un politico di vecchia data come Hashemi Rafsanjani, da trent'anni perfettamente inserito nei corrotti ingranaggi del sistema , dunque poco credibile nelle vesti di innovatore.
Brogli elettorali, certo. Vi sono state, in tutto il paese, forti pressioni in favore di Ahmadinejad da parte dei Basiji, i volontari delle milizie islamiche, che, assieme alle candidature riformiste censurate e alle ingerenze del Consiglio dei Guardiani (in un seggio di Teheran, un ispettore del ministero dell'Interno è stato fatto arrestare dai rappresentanti del Consiglio dei Guardiani, con i quali aveva avuto una disputa), gettano un velo di irregolarità su queste elezioni presidenziali. C’è un’altra certezza, però. Più di venti milioni di iraniani si sono recati alle urne e una maggioranza schiacciante di essi ha scelto per il proprio paese un Presidente ultraconservatore.

E qui, noi occidentali rimaniamo perplessi. Il vento di libertà, che dovrebbe spirare in ogni popolo libero (o semi-libero) di esercitare la propria sovranità, da che cosa è stato risucchiato? Forse da una fede religiosa fondamentalista più forte della voglia di libertà? No, la risposta è un’altra. A decidere la battaglia fra pragmatici e radicali è stata la povertà.
Il movimento riformista, al potere per otto anni, si è dimostrato incapace di realizzare quella speranza di rinnovamento, che era stata la base sulla quale nel 1997, poi ancora nel 2000, gli iraniani, in massa, avevano proclamato Khatami Presidente della Repubblica Islamica.In molte zone dell’Iran vi sono sacche di povertà enormi, la popolazione appartenente a queste poverissime classi socioeconomiche ha individuato il gruppo riformista, al potere da quasi un decennio, quale responsabile per la sua drammatica condizione. Non ci si può aspettare, difatti, che la prima preoccupazione della popolazione più povera sia rivolta verso la “libertà”, quando essa deve affrontare il concreto problema di mettere il cibo in tavola. Il divario tra ricchi e poveri in Iran aumenta quotidianamente e Ahmadinejad ha insistito molto sul benessere di tutti gli iraniani come sua priorità assoluta, ciò non significa naturalmente che sarà poi in grado di ottemperare alle promesse. Se da una parte i riformisti hanno disilluso i settori più giovanili e intellettuali, cedendo, ogni volta, negli scontri diretti con le istituzioni religiose, che fanno capo alla guida spirituale Khamenei, sulle questioni di libertà, dall’altra parte l’esecutivo guidato da Khatami ha fallito anche nella lotta alla povertà, inimicandosi così le classi sociali più disagiate del paese.

In una società indigente, le pulsioni estremistiche hanno spesso il sopravvento, la gente ha bisogno di risposte semplici (e semplicistiche) per le domande più difficili. In un tessuto storico culturale come quello europeo questa tendenza si risolve in un consenso per gli estremismi di destra o di sinistra, in un paese come la Repubblica Islamica dell’Iran la conseguenza è un rafforzamento dell’integralismo religioso islamico.

Se la comunità internazionale non appoggia le forze relativamente più liberali interne ai regimi autoritari, isolando, al contrario, di volta in volta, un paese piuttosto che un altro, secondo calcoli meramente geopolitici, saranno sempre le fronde più radicali ad avere la meglio con le loro ricette intransigenti e populistiche, che in un regime teocratico di matrice islamica conducono alla vittoria di individui davvero pericolosi come Ahmadinejad.
Chi vuole esportare la democrazia dall’alto, imponendola dall’esterno con un intervento armato rapido e risolutivo, dovrebbe approfondire maggiormente argomenti di questo tipo, senza banalizzare l’equazione
+ DEMOCRAZIA = - FONDAMENTALISMO ISLAMICO.




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30 maggio 2005

Europeismo antieuropeista

L'egocentrismo francese a volte è insopportabile. Sempre a voler fare i primi della classe.
D'accordo, questo Trattato che istituisce la Costituzione non è propriamente una Costituzione, è vero, l'Europa disegnata dalla Convenzione di Giscard non è certo uno Stato federale e neppure uno Stato sociale, non ha un nucleo identitario coeso, sembra anzi abbastanza dispersa, non contiene gli strumenti per realizzare una politica estera comune, assomiglia più a un mercato comune che a una casa comune, ma perché votare no?
Si ha forse l'illusione che il testo del trattato verrà rinegoziato? Bè, non avverrà. Da cinquant'anni l'Europa va avanti a piccoli passi, senza grossi strappi, e guardate dove siamo arrivati! Questa Costituzione poco costituzionale sarebbe stata superata, nel giro di qualche anno, da un'altra legge fondamentale più adeguata, il tutto con quella stessa lentezza che si è dimostrata capace di cancellare i confini sigillati con astio e cortine di ferro alla fine della seconda guerra mondiale.
Se si pretende tutto subito si rischia, al contrario, di non raggiungere niente mai. Come spesso accade con la sinistra radicale, la protesta si alza forte fino alle estreme conseguenze, ma quando poi bisogna trovare delle strategie alternative, delle risposte concrete, delle soluzioni possibili ai porblemi che vengono posti, allora scende il silenzio e le bandiere spariscono dalle piazze. I francesi sventolano sorridenti, in queste ore, cartelli con scritto NON a caratteri cubitali, ma nei prossimi giorni, nelle prossime settimane, nei prossimi mesi quale slogan avranno da proporre a un'Europa alla quale hanno sbarrato la strada verso il futuro? La verità è che l'Europa sta vivendo una delle crisi più gravi della sua storia, grazie a coloro i quali dovrebbero essere gli europeisti più convinti. 
Viva l'Europa, viva l'Unione europea.




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4 maggio 2005

Esportare o non esportare? Questo è il problema, a sinistra

D'Alema l'ha detta.
"L'idea neocon di esportare la democrazia è giusta, è un grande obbiettivo" e ancora, per marcare ancor più il suo pensiero, ha spiegato "Esportare la democrazia con successo vuol dire non escludere a priori il tema dell'uso della forza".

Faccio parte di quella sinistra che si autodefinisce, orgogliosamente, riformista e ho sempre ritenuto interessanti e innovative le idee, anche impopolari, esposte di volta in volta dall'attuale presidente DS.
Non condivido, inoltre, lo slogan pacifinto del "PACE SENZA SE E SENZA MA" che definisce "guerra" un'azione militare intrapresa dagli Stati Uniti e "pace" uno status quo ottocentesco, fatto di singole sovranità nazionali, senza occuparsi in alcun modo dei conflitti locali, dei conflitti interni, degli abusi compiuti su popolazioni inermi da parte di regimi autoritari o di forze ribelli paramilitari, tutti eventi per i quali non si perde tempo a scendere in piazza, non si pongono domande e non si propongono risposte.
Ritengo che le operazioni di peace keeping e peace enforcement, condotte seguendo il diritto internazionale e decise nelle appropriate sedi multilaterali, siano strumenti efficaci, spesso indispensabili per affrontare casi estremi di violenza perpetrata su vittime innocenti o di scontro tra fazioni rivali, in qualunque parte del mondo si verifichino. La cooperazione, il dialogo, le pressioni politiche ed economiche e anche il compromesso sono mezzi diplomatici ai quali ci si deve appellare immediatamente per cercare di risolvere una crisi in atto o potenziale, ma non si può razionalmente escludere l'extrema ratio dell'intervento militare, perché razionalmente non si può non prendere in considerazione l'ipotesi che la diplomazia e l'economia possano fallire. C'è un'altra via d'uscita, certo, nel caso quest'ultima eventualità si verificasse e si chiama disimpegno oppure, più brutalmente, disinteressamento. E l'immane tragedia del Ruanda sta lì a ricordare quali possono essere le conseguenze, se l'occidente sceglie di non scegliere. 
Quando D'Alema afferma che "Il multilateralismo non deve essere interpretato come condivisione di impotenze o accettazione dello status quo, ma come un sistema in grado di intervenire efficacemente, superando la visione ottocentesca della sovranità nazionale" mi trova, quindi, pienamente d'accordo. Accettare come valida l'ideologia neoconservatrice, sempre che ne esista una, è, però, decisamente un'altra cosa.
Alla domanda: la democrazia può essere esportata con le armi? io risponderei di sì, perché conosco la storia del nostro continente e del Giappone. Ma la vera domanda, quella alla quale i neocon rispondono affermativamente, è un'altra: la guerra può essere "il metodo" per esportare la democrazia? e la mia risposta, in questo caso, è no, assolutamente no. Dopo la seconda guerra mondiale, costruire sistemi democratici all'interno della sfera d'influenza occidentale è stata una necessità, o comunque una scelta, di fronte alla quale, dopo cinque anni di massacri, si sono trovate le potenze vincitrici. Fortunatamente, ma non senza incidenti di percorso, il seme democratico ha germogliato nei terreni europei, già fertilizzati dalle idee liberali e socialiste, producendo sistemi oggi pienamente democratici. L'esportazione della democrazia è stata una conseguenza della guerra, non la sua causa! 
La democrazia è un percorso, composto da elementi formali istituzionali ed elementi reali di partecipazione e consapevolezza, non deve essere imposta con la forza, ma soprattutto non deve essere imposta dall'esterno con un intervento armato. Non può essere questo "il metodo" da seguire, se non si vogliono creare radicalizzazioni e polarizzazioni nelle popolazioni "liberate", le quali finirebbero per ritrovarsi sull'orlo di una guerra civile combattuta fra antagonisti gruppi etnici, religiosi o semplicemente di potere. Utilizzo il condizionale, ma potrei utilizzare il presente, dati i drammatici sviluppi del dopoguerra iracheno. Calcolando con freddo cinismo 3 anni di brutali violenze fisiologiche dopo ogni "guerra d'esportazione" e 100 paesi da liberare, dovremmo mettere in conto 300 anni di conflitto continuo per far trionfare la democrazia sul pianeta Terra, sempre che esso resista a l'eventuale impiego di armamenti nucleari.

La comunità internazionale ha il dovere di ascoltare le domande di libertà gridate, con la voce strozzata dal dolore e dalla rabbia, dalle genti di tutto il mondo. L'immobilismo è una grave colpa da addossare a quei paesi liberi che si disinteressano del resto del mondo, per questo bisogna trovare un "nuovo metodo" condiviso ed efficace per far si che la democrazia non sia un privilegio di pochi. Innanzitutto non può più essere rinviata una riforma seria e organica delle Organizzazioni Internazionali, preposte alla governace sovranazionale, Nazioni Unite in testa, ma anche WTO, World Bank e FMI. Le potenzialità economiche della globalizzazione devono essere sfruttate anche per raggiungere obiettivi di natura politica e umanitaria, così da poter realizzare finalmente una globalizzazione democratica. E' necessario un codice di comportamento, una vera e propria deontologia, che i vari governi nazionali devono seguire nello svolgimento della loro politica estera e commerciale e le sue fondamenta non possono che essere i diritti umani. Solo in questo modo è possibile pensare di persuadere i regimi autoritari ad aprirsi alla democrazia liberale, senza traumi, con la prospettiva, al contrario, di ottenere cospicui vantaggi.

Il vero trauma dal quale ogni idealista deve riprendersi, è quello scatenato dall'impatto con la realtà dell'attuale sistema internazionale, mosso, scosso e percosso solamente dai singoli, biechi, legittimi interessi nazionali, che non lasciano alcuno spazio a un qualsiasi interesse comune, apparte lo spazio della propaganda, naturalmente. D'Alema, probabilmente, è impazzito proprio a causa di questo.




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31 marzo 2005

Non c'è spazio per l'idealismo assoluto

La politica internazionale non è cosa per i deboli di cuore né per i delicati di stomaco, da questo bisogna partire. Certo un credo politico piuttosto che un altro può indirizzare le strategie, i programmi e le alleanze verso il conseguimento degli obiettivi che si ritengono più giusti, attraverso i mezzi che si ritengono più adeguati e convenienti. Ma lo spazio per l'idealismo assoluto, sconnesso dalla realtà contingente, è davvero limitato, quasi inesistente. 

Nel post di ieri ho parlato del vertice che si è tenuto a Puerto Ordaz, in Venezuela, fra i tre presidenti sudamericani Lula, Chavez, Uribe e il primo ministro spagnolo Zapatero. Un incontro che continuo a ritenere di grande importanza geopolitica, con la Spagna pronta a diventare il portavoce in europa e in occidente delle legittime aspirazioni internazionali dei paesi in via di sviluppo dell'America Latina. Un processo che sta dando una conformazione ben delineata alla politica estera spagnola, sempre più emancipata dall'egemonia strategica americana. 
Questo tipo di comportamento, bendisposto nei confronti dei governi sudamericani d'ispirazione socialpopulista, deriva indubbiamente dalla linea identitaria che guida le scelte alla Moncloa, ma, come ho scritto qualche riga sopra, non c'è spazio per l'idealismo assoluto.



Lo stesso governo che ha ritirato le proprie truppe dal teatro di guerra iracheno, ha siglato un colossale accordo per la vendita di armi al Venezuela di Hugo Chavez che comprende 4 navi pattuglia per la vigilanza costiera, 4 corvette, 2 navi cisterna, 1 nave Panamax, 10 aerei da trasporto C-295 e 2 aerei per la vigilanza marittima. Il valore complessivo dell'affare è di circa 1300 milioni di euro. Diverse unità potranno, comunque, essere utilizzate a scopi civili, per il trasporto di acqua potabile e dei servizi medici soprattutto.
Immediata e scontata è arrivata la "preoccupazione" degli Stati Uniti, la cui ostilità nei confronti del governo "bolivariano" è nota da tempo. La critica del Dipartimento di Stato americano si basa sull'ipotesi che quelle armi possano finire nelle mani della guerriglia delle Farc (Forze armate rivoluzionare della Colombia), inserite nella lista dei gruppi terroristici.

La cosa più curiosa, però, è che la decisione sul riarmo venezuelano è stata presa in un vertice al quale partecipava anche il presidente della Colombia Uribe, il quale dovrebbe essere il primo a temere le azioni delle forze rivoluzionarie; i due capi di Stato hanno espresso la ferma volontà di “voltare pagina in modo costruttivo”, rilanciando la cooperazione e il dialogo tra Caracas e Bogotà, separati anche da una diversa posizione politica rispetto agli Stati Uniti (ai quali Bogotá è molto vicina) e a Cuba (alleata di Caracas). La verità è che l'incontro di Puerto Ordaz è stato un grande successo diplomatico, che ha portato all'appianamento delle divergenze fra il Venezuela e la Colombia, sull'orlo di una grave crisi diplomatica fino a poche settimane fa, nonché a una maggiore integrazione dei due paesi e del Brasile, con la Spagna nel ruolo di mediatore, esterno ma non troppo.
Ma eravamo rimasti alle critiche di Washington. La Spagna non dovrebbe vendere materiale utilizzabile per motivi bellici a un governo democraticamente eletto, presieduto da un uomo che ha la fiducia della maggioranza delle sua popolazione, secondo il Pentagono. Lo stesso Pentagono che ha appena venduto i caccia F-16, capaci di trasportare missili a testa nucleare, al Pakistan, Stato autoritario, nonostante i timori dell'India per il rafforzamento della potenza nucleare rivale? Esattamente. La critica perde, quindi, di qualsiasi credibilità e si dimostra per ciò che davvero è: un segnale a Madrid, perché riporti la sua politica estera nei binari costruiti dall’amministrazione Bush.
 

La questione identitaria, in ogni caso, resta irrisolta. Un governo socialista, che si professa sostanzialmente contrario al ricorso alle soluzioni militari, può vendere armi a un altro paese, per quanto democratico (e socialista) esso sia, senza contraddire se stesso?

In questo sistema internazionale, nel quale le istituzioni sovranazionali non sono in grado di assicurare la sicurezza di singoli paesi, il ricorso alla deterrenza militare rimane, purtroppo, un mezzo lecito per difendere la sovranità del proprio paese. Un contratto da 1300 milioni di euro, inoltre, non può essere rifiutato con tanta leggerezza, per motivi di principio. Insomma, la risposta è no, non c’è spazio per l’idealismo assoluto.   




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30 marzo 2005

En marcha la integracion

Il vertice internazionale di Puerto Ordaz è di grande importanza, principalmente per ragioni di carattere geopolitico.

I presidenti venezuelano Hugo Chávez, brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, colombiano Alvaro Uribe e il primo ministro spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero si sono riuniti nella città venezuelana con l'intenzione di rafforzare le relazioni commerciali e politiche fra i loro paesi e trovare una posizione comune in tema di sicurezza frontaliera e lotta al narcotraffico.
L'importanza geostrategica di questo incontro è evidente. Tutti i protagonisti coinvolti hanno in qualche modo bisogno di trovare un nuovo assetto strategico in ambito internazionale, a causa della loro scelta di non seguire, ognuno in un settore specifico, le direttive americane che, soprattutto in America Latina, avevano sempre avuto il peso preminente. Non a caso, Chávez, che ha rilanciato la formazione di un 'blocco multipolare' che faccia da contrappeso agli Stati Uniti, considera il vertice "estremamente importante per la nuova geopolitica mondiale" in un momento in cui i rapporti tra Caracas e Washington sono particolarmente tesi.
Il ministero degli Esteri di Brasilia ha precisato che l'incontro verterà sull'analisi "di alternative di cooperazione con la Colombia nel contesto della lotta al narcotraffico e al crimine organizzato transnazionale" oltre alla valutazione di "nuovi progetti di sviluppo e di assistenza alle popolazioni di confine". Vi è, quindi, anche un problema concreto da risolvere, dato che Brasile, Venezuela e Colombia dividono oltre 3.000 chilometri di frontiera, territorio in cui persiste l'insicurezza a causa delle incursioni dei guerriglieri delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) e dei paramilitari, dediti principalmente al narcotraffico. Il fatto che le parti in causa abbiano deciso di incontrarsi, per trovare di comune accordo una soluzione all'annosa questione, è oltremodo positivo, ma c'è un fattore aggiuntivo che ha una rilevanza fondamentale: la presenza di José Luis Rodríguez Zapatero.

Lo spagnolo è l'unico leader occidentale a partecipare al vertice e, oltre ad avere un ruolo di mediatore esterno nel problema appena esposto, sarà la principale, forse l'unica finestra sull'occidente per i tre colossi sudamericani. Una politica estera fatta in sinergia con Brasile, Venezuela e Colombia può significare per la Spagna grandi vantaggi economici e commerciali, da una parte, e, dall'altra, una nuova e innovativa influenza politica e diplomatica all'interno del sistema internazionale. Secondo le parole di Marco Aurelio García, consigliere per gli affari internazionali del presidente Lula, Zapatero "ha manifestato l'interesse di unirsi alla riunione in conformità con la politica di partecipazione sempre più attiva nelle questioni sudamericane che persegue il suo governo" si tratta, difatti, del suo secondo tour latinoamericano da quando, solamente un anno fa, è stato eletto premier.



Una politica estera coraggiosa e lungimirante, che apre prospettive nuove di grande interesse sia per la Spagna che per l'Unione europea, di cui Madrid è divenuta una delle capitali centrali. Zapatero, in sostanza, può far pesare sulla bilancia degli equilibri europei lo stretto rapporto del suo paese con il continente sudamericano e discutere così alla pari con Parigi, Londra e Berlino del presente e del futuro dell'Unione europea.
Chi prevedeva l'isolamento spagnolo,dopo la decisione di ritiro delle truppe dall'Iraq, aveva decisamente sottovalutato lo spessore politico e identitario del governo socialista di Zapatero. In confronto, l'italietta di Berlusconi, animale domestico di Washington e animale selvaggio per l'Europa, ha davvero poco di cui vantarsi, purtroppo.




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25 marzo 2005

Dalla parte giusta

La sfera d'influenza russa si sta riducendo. Il proposito strategico di Vladimir Putin non si sta affatto realizzando, dato che l'ex ufficiale del Kgb vorrebbe ricreare lo Stato sovietico sotto forma di federazione di Stati satellite, tutti obbedienti alle direttive del Cremlino. Guardando l'evoluzione politica delle ex repubbliche sovietiche, l'impressione che si ha è quella opposta. Le masse, soggiogate per decenni dalla tirannia moscovita, scendono in piazza, gridano e impongono la loro volontà, secondo un rituale che sta facendo la storia di quest’epoca. Fanno valere nella maniera più grezza e spontanea la "sovranità popolare", scacciando dalle poltrone calde del potere i vecchi governanti corrotti.

Da una parte si può parlare di trionfi popolari per la Georgia, l'Ucraina, adesso il Kirghizistan e qualche anno fa anche la Serbia, dall'altra parte, parallelamente, si stringe la morsa geopolitica antirussa (statunitense), che cerca di bloccare sul nascere le mire espansionistiche di Putin e compagni. Due sono gli elementi più positivi di questi capovolgimenti politici: non vengono utilizzati carri armati e lo sbocco è democratico e non autoritario.
C'è qualcuno che si sente in dovere o in diritto di piangere le disfatte geostrategiche di Mosca, accusando contemporaneamente l'America del solito subdolo imperialismo? Penso che nessuno abbia il coraggio di schierarsi dalla parte del potere conservatore, autoritario e filorusso. Forse è vero che la spinta occidentale (statunitense) è stata rilevante in tutte le rivoluzioni di velluto alle quali stiamo assistendo, è vero certamente che non è solamente l'amore per la democrazia a far schierare le bandiere dell'occidente dalla parte delle opposizioni rivoluzionarie, ma forse è vero anche che è giusto così. 
La politica internazionale si muove secondo interessi specifici che possono essere canalizzati verso il raggiungimento di condivisibili interessi comuni, ma non tutti gli interessi nazionali sono uguali. Allora, cari blogger occidentali, bisogna parteggiare. 

Russia o Stati Uniti? Davvero non si può scegliere di stare nel mezzo? Se la domanda dovesse essere posta nei termini di "Putin o Bush" anche a me risulterebbe davvero difficile fare una scelta. Ma non è così che si deve ragionare. La vera domanda è valori liberali e liberisti oppure dogmi sovietici? Qualcuno mi risponderà: l'Europa! L'Europa è il giusto mezzo. All'interno dell'attuale sistema internazionale, nelle condizioni in cui si trova il nostro continente, non esiste nessun soggetto politico chiamato Europa. L'unica terza via percorribile rimane quella della neutralità, dell'indifferenza.   



Guardate questa immagine. Stiamo con il popolo, che arriva addirittura a invocare Bush, oppure non ci sporchiamo le mani e ci limitiamo a qualche sorriso di compiacimento sempre associato però a un'equiparazione dei mali russo e americano? No. Io sto dalla parte dell'occidente, degli Stati Uniti, contro questa Russia autocratica, dalla parte dei popoli liberi e liberati. Perché la democrazia è sovranità popolare ed è ciò che l'amministrazione americana (per motivi strategici intendiamoci) vuole esportare nel mondo ed è ciò che la sinistra vuole per tutti i popoli del mondo. Quando i mezzi utilizzati sono quelli appropriati, quando non si distrugge tutto con una guerra illegittima senza poi essere capaci di ricostruire un bel niente, quando si aiuta una nazione a liberare se stessa, io sto dalla parte dei liberatori, dalla parte giusta.  




permalink | inviato da il 25/3/2005 alle 12:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
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