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Mietzsche


Diario


28 settembre 2007

Drappo rosso

Oggi l'intero mondo libero si tinge di rosso, in segno di vicinanza e di solidarietà con il popolo birmano.
Da diversi giorni ormai, la Birmania, capeggiata dai pacifici monaci buddisti, ha coraggiosamente deciso di scendere in piazza, per manifestare contro l'oppressione esercitata da un brutale regime militare che ha ridotto il Paese in miseria. I cittadini birmani hanno attraversato le strade delle loro città per gridare ai propri governanti tutta l'insofferenza, la prostrazione, la disperazione accumulata in questi anni di feroce e iniqua dittatura. I bonzi si sono caricati sulle spalle la drammatica situazione dei loro concittadini e hanno scelto di far sentire il grido straziato di un popolo ridotto alla fame e al silenzio, pagando questa scelta anche con la morte.
I militari hanno infatti risposto seguendo la tragica abitudine delle tirannie di sparare sulla folla inerme. Se fonti governative ammettono dieci vittime in tutto, fonti non ufficiali parlano di decine e decine di cadaveri, che i soldati si sono affrettati a rimuovere dall'asfalto bagnato di sangue. Fra questi vi è anche il cadavere di un fotografo giapponese, assassinato perché intento a ritrarre le immagini della violenta repressione messa in atto dal regime. Assassinato perché simbolo ed espressione delle libertà di stampa. Assassinato perché mosso dal desiderio di  far conoscere  la drammatica condizione del popolo birmano e la spietatezza di chi lo governa al resto del mondo.
Di fronte a queste vite sacrificate in nome dei diritti e delle libertà fondamentali dell'essere umano, la comunità internazionale dovrebbe agire prontamente e fermamente, non solamente attraverso affermazioni di sdegno e di solidarietà, ma con provvedimenti concreti e incisivi, per mettere in chiara evidenza che nel 2007 nessun governo, per quanto dispotico e isolato, può permettersi di violare i diritti umani dei propri cittadini sotto gli occhi del mondo.
Come troppo spesso accade, alle affermazioni non hanno fatto seguito i provvedimenti concreti.
Le Nazioni Unite si sono dimostrate una volta di più incapaci di agire, impossibilitate finanche a decidere sulle azioni da intraprendere. Il veto posto nel Consiglio di Sicurezza dai membri permanenti Cina e Russia ha impedito l'applicazione di più gravi sanzioni economiche e politiche al regime di Yangon. Gli interessi economici e strategici di questi due Paesi hanno prevalso sulle ragioni umanitarie e sugli stessi principi riportati nella Carta delle Nazioni Unite e nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. La Russia e la Cina soprattutto non sono Stati democratici, non rispettano la libertà di stampa e, più in generale, combattono quotidianamente la libertà di espressione del pensiero in tutte le sue forme. Fino a quando verrà permesso a governi autoritari della peggior risma di sedere ai vertici del potere politico internazionale, oltreché di quello economico e militare, difficilmente il multilateralismo riuscirà ad autolegittimarsi per prevalere sui vari unilateralismi, tanto inefficaci quanto dannosi.
Una riforma delle Organizzazioni Internazionali, Nazioni Unite in testa, in senso democratico è, dunque, urgente e ineluttabile; ancora più urgente è, in questo momento, mettere fine alle violenze della giunta militare contro il popolo birmano. Data la vergognosa latitanza dei governi delle grandi potenze, sta all'opinione pubblica transnazionale cercare, quantomeno, di mantere alto l'interesse e lo sdegno del mondo sul tragico evolversi della situazione in Birmania. Ognugno di noi è parte di quell'opinione pubblica, ognugno con il proprio drappo rosso.




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18 settembre 2007

lo stato della libertà




Torno a scrivere, dopo molto tempo, su Mietzsche. Il fatto che mi ha spinto a risvegliare questo blog lo potete osservare con i vostri occhi attraverso il video che ho scaricato da youtube. Si tratta di un episodio non solo vergognoso, ma anche inquietante. Uno studente universitario, armato unicamente di parole, è stato bloccato, sbattuto a terra e stordito ripetutamente con scariche elettriche, quando già era immobilizzato e del tutto incapace di offendere. Un ragazzo la cui unica colpa è stata quella di farsi trascinare dalla veemenza delle proprie domande, che suonavano come accuse dirette al senatore John Kerry, ex candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Andrew Meyer, questo il nome dello studente, ha continuato a rivolgersi a Kerry nonostante il tempo a sua disposizione fosse scaduto e il suo microfono è stato spento; una circostanza del tutto usuale in qualsiasi dibattito, soprattutto di natura politica. Per contenere l’ostinato oratore, al posto del solito moderatore o del semplice passare del tempo, è intervenuto un gruppo di poliziotti, facenti parte della sicurezza del campus universitario, che con inusitata aggressività hanno deciso di zittire l’intemperante interlocutore. Nessuno dei ragazzi presenti in aula si è alzato dalla propria sedia o ha deciso di reclamare contro ciò che stava avvenendo; lo stesso Kerry ha pensato bene di non protestare per l’evidente eccesso di brutalità da parte degli agenti, ritenendo più opportuno tentare di rispondere alla domanda, senza badare al fatto che l’autore di quella domanda era sdraiato sul pavimento, percorso da scariche elettriche. Davvero non trovo termini adeguati per descrivere la gravità dell’accaduto. Un attentato alla libertà di espressione del pensiero, un atto di violenza ingiustificata da parte dell’autorità costituita nei confronti di un singolo cittadino, del tutto inoffensivo, al quale sono stati calpestati i più elementari diritti civili. Il tutto sotto lo sguardo inebetito di studenti probabilmente intimoriti dalle possibili conseguenze di una loro qualunque azione di sostegno nei confronti di Meyer, oppure, peggio ancora, assuefatti oramai a un atteggiamento prepotente e autoritario dello Stato. Il tutto sotto lo sguardo indifferente e distaccato di un senatore americano, che ha perso gran parte della mia stima nei suoi confronti. Il tutto sotto il nostro sguardo, che non può e non deve passare oltre senza fermarsi a riflettere sullo stato della libertà in un mondo che non è affatto lontano dal nostro. Non conosco Andrew Meyer, non sono qui a scrivere per difendere le sue idee, le sue opinioni, le sue posizioni politiche. Sono qui per difendere le fondamenta della civiltà occidentale. Se innocui studenti universitari devono temere di essere arrestati e percossi a causa della loro passione politica, della loro irruenza, della loro impetuosità, significa che quelle fondamenta sono state intaccate.




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24 febbraio 2007

Non è più il mio governo

Non è più il mio governo. Questo fantasenato alla ricerca di un senatore da comprare per impinguare la squadra della maggioranza è a dir poco squallido. Un comportamento da prima repubblica, una svendita totale della linea politica dell'Unione. La sfuocata visione che aveva fatto nascere questo centrosinistra è sparita del tutto, sacrificata in favore di Follini e di chissà chi altro. Rabbrividisco al pensiero dei compromessi che sono stati fatti e che ancor più si faranno al Senato, pur di sopravvivere. Certo le liberalizzazioni forse continueranno, la lotta all'evasione verrà confermata, il riequilibrio dei conti pubblici rimarrà una priorità, ma le scelte politiche? Improponibili in una coalizione che ha bisogno di accontentare molteplici posizioni sempre più discordanti, sempre più determinanti.

Determinanti per cosa però? Per non affrontare il giudizio del popolo che se chiamato oggi a far valere la propria sovranità ridurrebbe l'Unione in polvere. Per salvare l'Italia da Berlusconi, perché è  meglio continuare faticosamente a campare aggrappati tutti alle poltrone del potere, è meglio svendere la linea politica per comprare i seggi in Senato, è meglio evitare di dare troppo spazio ai processi democratici perché sarebbero letali per il governo, è meglio il peggio piuttosto che il resto. Ma prima o poi la democrazia della base, così distante dal mercato parlamentare messo in piedi dal vertice, farà pesare la propria volontà, il proprio disgusto, la propria piena delusione. 
Non è più il mio governo. Sotto ricatto perenne di comunisti pacifinti, incapaci di essere ragionevoli perché ottusamente invasati di ideologia e fanatismo. Incapaci di comprendere che per trovare una soluzione in Afghanistan non è possibile pensare a un ritiro unilaterale che isolerebbe l'Italia dalla comunità internazionale e le farebbe perdere qualsiasi influenza sull'evoluzione della situazione. Incapaci di assumersi quella responsabilità di governo che significa seguire una linea programmatica per raggiungere gradualmente obiettivi parziali che dai banchi dell'opposizione non sarebbero certamente avvicinabili in alcun modo. 
Non è più il mio governo. Schiavo di un centrismo cattolico e clericale che impedisce di compiere scelte di civiltà, di ampliare i diritti civili a tutti i cittadini, di fare dell'Italia un Paese veramente laico. Una schiavitù che aumenterà esponenzialmente, perché se l'obiettivo è quello di sopravvivere allora i centristi reazionari avranno in mano le chiavi delle catene che portano fin dentro la Città del Vaticano.

Attendo il Partito democratico, un sistema elettorale tendenzialmente maggioritario, un impulso bipolare, una nuova cultura politica e di governo, un'identità limpida, radicalmente riformista.
Sarà una lunga attesa, una lunga traversata durante la quale forze politiche a me distanti avranno il potere e faranno con ogni probabilità diversi danni, ma se vogliamo far svoltare davvero questo piccolo Paese dobbiamo iniziare questa traversata al più presto, senza perdere tempo nelle secche dalla politica da prima repubblica. 
Non è più il mio governo perché io ho votato l'Unione e l'Unione è finita e non tornerà. 




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30 dicembre 2006

Esportare l'America

Esportare l'America. Questo era il titolo del libro di Christian Rocca, uscito tre anni fa, con il quale il giornalista del Foglio spiegava la strategia neoconservatrice, giustificando la guerra contro l'Iraq in quanto parte di una più generale rivoluzione democratica globale, o almeno mediorientale.
Ecco l'America che Rocca pensava ingenuamente (lasciatemi usare questo eufemismo per non essere inutilmente volgare) fosse possibile esportare con i marines in assetto da guerra:
"Uozzamerica? Non è un luogo né un continente. E' la normalità, l'insostituibile libertà di essere normali. L'America è ovunque. E' la nostra vita: un lavoro che a volte soddisfa e a volte no; una famiglia e una casa; alzarsi la mattina, fare colazione e andare in ufficio. Questa è l'America. Poi si gioca, si scherza, si mangia, si litiga, ci si diverte. A volte si piange. Non sono solo rose e fiori in America. Ma ci sono gli amici, c'è il cinema, c'è l'amore, c'è la partita in tv".
Ecco l'America che è stata esportata in Iraq:
Uozzamerica? Non è un luogo né un continente. E' la guerra, l'insostituibile angoscia di essere in guerra. L'America è ovunque. E' la vita quotidiana: un'autobomba che esplode mentre sei in fila a cercare lavoro; una famiglia sterminata dai bombardamenti o dalle violenze settarie, una casa distrutta o abbandonata; alzarsi nel cuore nella notte, con l'ansia di essere rapiti, rapinati, uccisi, stuprati, torturati, arrestati. Questà è l'America. Poi si scappa, si va in esilio volontario, ci si arruola nella polizia o nelle milizie, si muore. Si piange sempre. Non sono rose e fiori l'America. Non ci sono più amici, c'è Abu Ghraib, c'è l'odio, c'è l'esecuzione in tv".

L'Iraq di Saddam era un Paese in catene, governato da un regime brutale, da un dittatore sadico.
Ci sono dei giorni in cui l'America è un miraggio, una speranza, un'illusione, un progetto per il futuro, un orgoglio per l'Occidente, una sorella dell'Europa.
Ci sono dei giorni in cui l'America fa proprio schifo. E questo è uno di quei giorni.




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9 settembre 2006

Falsità

Pubblico questo post, dopo una lunga pausa estiva, giusto per rimarcare ciò che voi attenti lettori avrete sicuramente già appreso e commentato abbondantemente: La guerra all'Iraq fu fondata su un legame tra il Rais di Baghdad e il gruppo terroristico di Bin Laden del tutto inesistente.
Si tratta di una conferma ufficiale, chiarita in dettaglio nel
rapporto stilato dalla commissione Servizi Segreti del Senato statunitense. "Saddam Hussein non si fidava di Al Qaeda - si legge nella relazione - e considerava gli estremisti islamici come una minaccia per il suo regime, dunque respinse tutte le richieste di sostegno materiale o logistico" rivoltegli dall'organizzazione terroristica.
L'invasione dell'Iraq è stata, oltre che un tragico errore strategico nella lotta al terrorismo islamista, un atto di vera e propria pirateria internazionale, una guerra illegale, fondata su presupposti falsi, i cui obiettivi reali non sono ancora stati spiegati in maniera esaustiva.
Tutti coloro i quali hanno cercato, in questi ultimi tre anni, di legittimare la tesi della connivenza tra Iraq e Al Qaeda, per inserire la guerra unilaterale angloamericana nel contesto della guerra al terrorismo internazionale, farebbero bene a scusarsi con chi hanno indegnamente tentato di ingannare.




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5 luglio 2006

Servizio pizza a domicilio...



Buon Appetito!




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15 giugno 2006

Sarebbe stato un Presidente migliore

No American leader can remain silent on Iraq.
The outcome of what is now a civil war in Iraq cannot be determined by American military force. It has to be solved by Iraqis brought together to hammer out their differences. Period. It is time for Iraqis to stand up for Iraq.
Our soldiers are fighting and dying in the third war in Iraq -- not the war for mythical weapons of mass destruction or the war President Bush said had to be fought against armies of foreign jihadists, but an escalating civil war between Sunni and Shia.
Meanwhile, dissent and debate are being stifled here at home. It's time to act -- and this week, perhaps as early as tomorrow, every U.S. Senator will have that chance.
The Senate will vote on my amendment which calls for the withdrawal of American combat troops from Iraq by the end of this year. For months, you and I have been pressing for this step. We've made it clear that we needed to set deadlines in Iraq -- and with the formation of an Iraqi unity government and the killing of Al-Zarqawi, this is a moment of truth in Iraq.
Now a critical vote is at hand. Our brave soldiers have done their work. It's time to put the future of Iraq in the hands of the Iraqi people.
I don't know how many Senators will stand with me on this vote. But, I do know this: pushing the Iraqi government to coordinate with us on withdrawal of U.S. combat troops and pressing for the convening of a Dayton-like summit to reach a comprehensive political agreement for Iraq is the right thing to do. And we can't stop working for that outcome until we make it a reality.
Every Senator that chooses to stand with us will add momentum to our call for an end to the misguided and self-defeating policies of the Bush administration.
Changing America's course in Iraq is one of the toughest political challenges you and I have ever taken on. But, we won't relent until we get the job done -- and we have to make the most of every opportunity to make ourselves heard.
I will be making myself heard on the floor of the United States Senate -- loudly and clearly. You can make our call for a dramatic change in direction even louder and clearer.

John Kerry




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12 giugno 2006

I mondiali su internet e lo spirito di rivolta degli internauti

Ieri pomeriggio, verso le 18.30, mi sono collegato, come spesso accade, con Repubblica.it per leggere qualche notizia dell'ultim'ora. La finestra dedicata a Germania 2006 prevedeva la possibilità di seguire in diretta la partita, in quel momento Iran-Messico, leggendo i commenti del giornalista presente allo stadio, o magari semplicemente seduto di fronte a un televisore collegato a Sky!
"Leggere un incontro di calcio" è tanto noioso quanto ridicolo, ma c'era una funzione interessante che mi ha spinto a cliccare sul titolo "DIRETTA Iran-Messico", cioè la possibilità offerta agli utenti connessi di lasciare commenti sulla partita, come in una chat aggiornata ogni pochi secondi. Ho pensato che sarebbe stato divertente leggere cosa ne pensassero i lettori di Repubblica.it dei mondiali appena iniziati e della partita in questione, anche a causa della molteplici polemiche che hanno accompagnato l'arrivo della selezione iraniana in terra tedesca. Ma quando ho scoperto di cosa davvero si stava discutendo sulla chat di Repubblica.it dedicata ai mondiali, sono rimasto ancora più piacevolmente sopreso di quanto potessi aspettarmi. 
Si discuteva animatamente di come concretamente riuscire a visualizzare le partite del mondiale in corso, senza avere l'abbonamento a SKY! I siti internet e i programmi di webTV consigliati si sprecavano. In sostanza ci si collega con programmi di peer to peer televisivo a canali in chiaro di altre nazioni che hanno pagato, a differenza della nostra cara RAI, i diritti televisivi per trasmettere le partite; per ascoltare la telecronaca in italiano basta connettersi con RadioUno sul sito della RAI e il gioco è fatto! L'operazione è davvero semplice e alla portata di tutti. 
Le potenzialità che internet offre alla nostra generazione per sfuggire alla schiavitù imposta da un sistema economico il più delle volte monopolistico o comunque anticoncorrenziale, sono davvero enormi e affascinanti. La musica e i film sono stati strappati, grazie ai programmi di peer to peer, alle case editrici e ai loro prezzi esorbitanti, Skype ha infranto il muro della comunicazione, adesso anche quello della televisione sta barcollando.
Internet è vera anarchia, dove ogni individuo, se preparato e cosciente delle risorse a sua disposizione, può uscire dalla gabbia dorata del sistema. In sempre più occasioni.  

Aggiungo solamente che alla fine del primo tempo di Iran-Messico, la redazione di Repubblica.it ha interrotto la chat, senza alcuna spiegazione, dando appuntamento agli utenti alla partita di oggi pomeriggio. Tutto previsto, oppure lo spirito di rivolta degli internauti era del tutto imprevisto!?




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8 giugno 2006

Modello italiano

"Comprendiamo perfettamente la posizione italiana, è un ritiro coordinato che lascia una forte cooperazione politica e civile". Sono le parole pronunciate dal presidente iracheno Talabani durante il suo incontro con D'Alema a Suleimanyia. "In linea di principio - ha aggiunto Talabani  - l'Iraq è a favore del ritiro di tutti gli eserciti dal suo territorio ma bisogna aspettare che abbia sufficenti forze di sicurezza. Tutti i ritiri dovrebbero avvenire secondo il modello italiano". D'Alema ha inoltre auspicato un sostegno "sempre più importante degli organismi multilaterali" spiegando che l'Iraq in futuro "avrà bisogno più del sostegno economico che di quello militare".
Abbiamo cambiato il ministro degli esteri e con lui la politica estera italiana. In meglio.  
 




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28 maggio 2006

Da sinistra a sinistra

La sinistra, intesa come identità politica progressista, ha dalla sua le ragioni e i sentimenti più autentici e condivisibili delle donne e degli uomini, penso innanzitutto alla solidarietà, mentre ciò che da sempre l'ha rovinata e continua, anche se in misura minore, a rovinarla, è l'ideologia.

La spasmodica ricerca di un pensiero totalizzante, che si tramuta immancabilmente in totalitario, capace di definire e indirizzare ogni aspetto della vita sociale, economica ma anche personale dell'uomo, è una necessità talmente irrinunciabile da comportare l'impossibilità di staccarsi dal filosofo politico che più di tutti è riuscito a rispondere a tale necessità: Marx.

Se voi pensate che io voglia dimenticare la lezione, dirò di più, l'intuizione marxista di metà ottocento, vi sbagliate di grosso. Ma esiste il superamento. Conoscere, giudicare, interiorizzare e superare, che non significa certamente cancellare.
Le tesi di Smith sono interessanti, come lo sono quelle di Ricardo, oppure di Locke, financo di Hobbes se vogliamo allargare il contesto liberale. Sono autori la cui lezione è importante, ma certamente non sono oggi la base per una realistica strategia programmatica!


Ho approfondito molto le origini del pensiero socialdemocratico e Marx né è il principale pilastro.
Ma se nel 1899 Bernstein riteneva che  la prognosi della rivoluzione proletaria, fondata sull’acutizzazione dei rapporti sociali prevista dal Manifesto marx-engelsiano si dimostrasse già al suo tempo errata, figuariamoci cosa posso pensare di chi oggi di fronte alle sfide del mercato globale, all'architettura finanziaria internazionale, ai nuovi rapporti sociali interni alle società occidentali, alle problematiche di sviluppo dei Paesi più poveri, all'emergere di nuove superpotenze geopolitiche del tutto originali per le loro caratteristiche socioeconomiche, di fronte, in definitiva, alla realtà nella quale siamo immersi nell’anno corrente 2006 mi ripropone come valido e attuale... il marxismo. Penso che la sinistra, esattamente in virtù della sua storia, si meriti di più.

Ci sono linee di pensiero contemporanee di grande rilevanza e interesse per la sinistra, che dovrebbero interessarci (mi ci metto dentro anch'io) tutti quanti. Uno su tutti Philip Pettit e la sua teoria sul neorepubblicanesimo, base identitaria della sinistra zapateriana.

La dottrina politica è importante quanto l'azione di governo, sono il primo a dirlo, per questo scegliere quella più appropiata, non quella più romantica, è un compito fondamentale per guidare la società verso un graduale progesso sociale, economico e culturale. 

Per inciso. L'uguaglianza sostanziale è illiberale per sua stessa natura perché parifica ciò che è differente e non permette al singolo di realizzare se stesso secondo le proprie potenzialità. L'uguaglianza delle opportunità (istruzione pubblica uguale per tutti, assistenza sanitaria universale uguale per tutti, legge uguale per tutti, ecc.) è vera libertà. 

Un saluto, cari compagni.




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Gomitoli di fumo

che si alzano dalla mente

mi riempiono di coscienza

 

Rime di miele

che colano dal cuore

mi appiccicano gusti d'amore

 

Mattoni rossi

che restaurano la vergogna

mi circondano di fortezza morale

 

Soffitti di lampadine

che proteggono dal vento

mi bastano per dimenticare le stelle

 

Gocce gemelle

che confondono i mari

mi danno identità

 

Catene di cristallo

mi assicurano alla vita

 

MICHELE BINCI

 


agisci in modo che la massima della tua

volontà possa sempre valere come principio

di una legislazione universale

Immanuel Kant

 


parlare a voce alta, da soli, fa l'effetto

di un dialogo con il dio che si ha dentro

Victor Hugo

 


movimento è tutto

Eduard Bernstein

 


Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici
  Considerate se questo è un uomo
  Che lavora nel fango
  Che non conosce pace
  Che lotta per mezzo pane
  Che muore per un sì o per un no.
  Considerate se questa è una donna,
  Senza capelli e senza nome
  Senza più forza di ricordare
  Vuoti gli occhi e freddo il grembo
  Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
  O vi si sfaccia la casa,
  La malattia vi impedisca
  I vostri nati torcano il viso da voi

Primo Levi


 

 

 

 

  

 

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